QUADERNI OPERATIVI podcast - 11-1 Quando fermarsi non basta
Come tornare a sé per rendere davvero efficace il riposo
C’è una stanchezza particolare, che non dipende da una giornata difficile o da un evento straordinario: è una stanchezza che arriva anche quando, apparentemente, tutto è andato bene.
Si torna a casa, ci si siede, ci si ferma, si apre un libro o si accende il televisore, eppure dentro qualcosa continua a muoversi.
I pensieri restano agganciati, il corpo non molla del tutto, la mente rimane in una modalità di attenzione silenziosa.
In questi casi il problema non è il tempo che manca, ma la consapevolezza della propria condizione mentale e fisica.
Mettersi in stand by o staccare del tutto la spina?
Come per gli elettrodomestici, spegnere a volte non è sufficiente a interrompere tutti i processi.
Molti adulti, soprattutto chi lavora nella relazione educativa, vivono in una modalità di attivazione continua. E se a casa c'è una famiglia a cui dedicare presenza e attenzione ci si mette molto spesso da parte per portare avanti tutto quello che si può: nel pensiero per riposare ci sarà tempo, e comunque prima o poi si andrà a dormire.
In fondo non si tratta di emergenze, né di situazioni che comportano uno stress evidente.
Ma senza interrompere il flusso dei pensieri, senza strategie efficaci per isolare gli stimoli, esterni e interni, senza un tempo esclusivo dedicato a sé, è molto difficile che fermarsi, semplicemente, permetta di riposare.
Molte persone, soprattutto nel mondo femminile, offrono una presenza, fisica o mentale, costante. E' una forma di disponibilità che sul momento non pesa, che gratifica, che si fa volentieri, ma che pervade la giornata anche quando si dovrebbe poter porre un limite.
La mente resta collegata alle responsabilità, alle persone, alle cose di cui tenere conto, da controllare, da far funzionare.
Ecco perché anche quando il corpo si ferma, qualcosa dentro continua a lavorare. Il riposo allora diventa solo apparente: ci si ferma, ma non ci si dedica a sé.
Riposo fisico e riposo mentale non coincidono
A volte proviamo a rimediare andando a dormire prima, concedendoci del tempo sul divano, uscendo, facendo sport, distraendoci.
Sono tutte cose utili, e spesso necessarie. Ma non sempre sono sufficienti, anzi!
C’è una grande differenza tra riposo fisico e riposo mentale, e non sempre sappiamo come ottenerli insieme.
Puoi dormire di più e svegliarti comunque con una grande stanchezza.
Puoi fermarci e sentire che i pensieri continuano ad arrivare, le idee affiorano ed è un peccato non dedicar loro almeno un attimo di attenzione, il corpo si muove incessantemente o al contrario si fissa in posizioni contratte e di tensione.
Ma quando mente e corpo non entrano insieme in uno stato di distensione, il recupero resta incompleto. E nel tempo la stanchezza si accumula, anche se non ce ne accorgiamo subito.
La memoria del corpo
Molte persone dicono di avere spalle larghe: è una metafora che rende bene l'idea di quanto si possa sopportare anche oltre il normale. Le spalle larghe si hanno per fortuna, e le cose ci scivolano addosso, o perché ci lavoriamo, e allora si allargano permettendoci di reggere, adattarsi, sostenere più di quanto non avremmo pensato o non vorremmo.
Le spalle larghe permettono di caricare molto, ma c'è sempre un punto di rottura. Anche quando, dopo un po', sono diventate larghissime e sembra che possano farlo ancora un po’.
Il corpo ha una memoria molto precisa, e se resta a lungo in tensione, anche quando il carico viene appoggiato a terra può continuare a comportarsi come se dovesse reggere ancora.
È una forma di protezione, un modo intelligente per essere pronti.
Ma se non alterniamo tensione e distensione, il sistema si affatica, e anche fermandoci non riposiamo veramente.
Il riposo, allora, non è solo smettere di fare, ma piuttosto è riuscire a trasmettere al corpo e alla mente il messaggio che possono abbassare la guardia.
Il riposo come competenza adulta
Dal punto di vista pedagogico-clinico, il riposo non è una pausa dal lavoro. Si tratta infatti di una competenza adulta che non necessariamente accade automaticamente quando abbiamo finito di lavorare o di accudire la casa o i nostri cari.
È qualcosa che richiede consapevolezza, scelta e una certa disciplina personale.
Troppo spesso viene considerato un premio, a volte addirittura un lusso. Molte persone non si sentono a proprio agio a riposare, soprattutto se qualcun altro è presente, come se dovessero far vedere di essere sempre in attività per essere adeguate.
Ma il riposo è tutt'altro che è un lusso: è una condizione necessaria per funzionare meglio, per stare meglio, per restare presenti nelle relazioni.
Questo riguarda in modo particolare chi si prende cura degli altri. Vale la pena fermarsi a chiederselo, ogni tanto: chi si prende cura di chi si prende cura?
Il riposo è un dovere, per noi e per chi amiamo.
Un esercizio semplice: costruisci uno spazio personale sostenibile
Questo esercizio richiede pochi minuti, ma può cambiare il modo in cui vivi le pause.
Crea il tuo tempo e individua uno spazio in cui puoi davvero dedicarti, anche solo per qualche istante, a te.
Non si tratta di trovare il tempo: non devi cercarlo chissà dove! Ti basta crearlo, definirlo. Se nella tua vita succede un imprevisto, il tempo lo trovi quasi sempre: per un figlio, per il marito, per qualcosa dimenticato nella spesa, per un'urgenza... Il tempo lo si trova.
Ma abbiamo il dovere di creare uno spazio permanente di confronto con noi stessi, un tempo e un luogo che ci appartengano e che non siano negoziabili. Come non disdiciamo dal dentista se abbiamo bisogno di una devitalizzazione non dobbiamo cedere alla tentazione di disdire gli appuntamenti con noi stessi.
Molto spesso siamo i primi a cercare scuse, perché se siamo sempre in attività ci sembra di essere a posto con la nostra coscienza e con quello che pensiamo che ci si aspetti da noi. Ma creare il proprio tempo e il proprio spazio non è un favore che facciamo a noi stessi, né un regalo: è un dovere etico e morale ben definito per le persone con cui siamo in relazione. Primi fra tutti, noi stessi.
Perciò prenditi del tempo proprio adesso che stai già dedicando tempo a te con questa lettura:
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Individua un tempo che esiste già
Non un momento ideale, ma reale.
Prima di dormire.
Sotto la doccia.
In auto.
Durante una breve passeggiata... Non importa quanto sia lungo. L'importante è iniziare, e il momento giusto è adesso. -
Definisci questo tempo come non negoziabile
Così come troviamo sempre il tempo per gli imprevisti, possiamo stabilire un appuntamento con noi stessi. -
Usa questo spazio per tornare a te
Non per pensare, risolvere, organizzare.
Ma per esserci, mentalmente e fisicamente.
Se arriva qualche pensiero accoglilo, lascialo lavorare senza intervenire ma osservandolo, osservalo modificarsi e andarsene per lasciare spazio ad altro.
A volte passerai tutto il tempo ad assistere a pensieri, altre sperimenterai momenti di tregua: accogli anche loro e assaporali, impara a conoscerli. -
Mantienilo semplice
Cinque minuti veri, ogni giorno, sono più efficaci di ore di riposo distratto.
Questo spazio non è un lusso ma è un diritto.
Ed è anche una responsabilità verso te stessa e verso le relazioni che vivi, perché quando tu funzioni meglio, anche chi ti sta intorno ne beneficia.
Tornare a sé cambia tutto
Non è necessario uscire dall'ufficio, fare le valigie, spendere una fortuna per andare lontano: se vuoi può essere una scelta, ma per altri motivi.
Non serve staccare per chissà quanto tempo: serve piuttosto imparare a uscire dalla modalità sempre attiva e saper rientrare, ogni volta che è necessario.
Inizia con un solo minuto, metti una sveglia se hai paura che passi troppo tempo.
Sperimenta.
E osserva cosa cambia.
Concediti ogni giorno il tempo, anche minimo, di tornare a te.
In breve tempo scoprirai quanto l'attenzione verso i tuoi pensieri, la cura verso di te, questa nuova igiene mentale, ti permetteranno di fare un po' di pulizia e di ridimensionare le dinamiche tra i tuoi pensieri.
Questo si rifletterà subito sulle tue relazioni, sul tuo benessere, sulla fiducia in te e anche sul tuo rendimento.
Si tratta di un investimento che devi a te in prima persona e a tutti coloro che ami: perché saper dare, saper fare, essere disponibili, esserci, per dare davvero frutti e gratificazioni deve rivolgersi soprattutto a se stessi.
Quando noi siamo equilibrati, soddisfatti e con la mente fresca e disponibile anche tutto il mondo che gravita intorno a noi ne beneficia.
Quindi, se ancora non l'hai fatto, chiudi semplicemente gli occhi e dedicati qualche secondo. Che siano una manciata o intere ore, non fa differenza: importante è innescare un cambiamento.
Puoi ascoltare la puntata di questo podcast sulla tua piattaforma preferita o scrivermi a
Oggi in questo decimo episodio di Dislessia KO ti parlerò di quanto l’atteggiamento del corpo, la posizione della testa, la respirazione e il coinvolgimento motorio possano favorire oppure ostacolare i processi di apprendimento della lettura.
Scopriremo insieme come la postura non sia un dettaglio secondario, ma una parte integrante del modo in cui un bambino entra in relazione con il testo scritto, e con se stesso.
Potrai ascoltare la puntata qui o sulla tua app di ascolto preferita (Podbean, Spotify, Apple Music, Youtube, Amazon Musica Audible), cercare "Pedagogia Flessibile" sulla tua piattaforma di ascolto oppure leggere l'articolo per ritrovare idee, strumenti e riflessioni da mettere subito in pratica.
Il corpo che legge
Immagina un bambino seduto sul bordo della sedia, schiena curva, spalle contratte, testa inclinata in avanti su un tablet o su un foglio, magari piegata su un lato.
È una scena comune. Eppure, ogni elemento in questa postura racconta qualcosa: non solo un'abitudine corporea, ma anche uno stato emotivo, una disposizione interiore, un modo – spesso inconsapevole – di affrontare la lettura.
Jean Le Boulch, fondatore della psicomotricità funzionale, sosteneva che “l’atto motorio è l’espressione dell’essere nel mondo”.
Quando un bambino legge, il corpo non è neutro.
Il corpo partecipa, esprime, compensa o si blocca.
E la lettura ne risente profondamente.
Postura e apprendimento
Una postura corretta favorisce l’ossigenazione, l’allineamento visivo, la concentrazione, il comfort.
Una postura scorretta, al contrario, riduce la disponibilità cognitiva e affatica il sistema nervoso.
Cosa succede quando il collo è piegato per guardare uno schermo?
La respirazione si fa più corta, lo sguardo tende a fissarsi, la percezione del corpo si riduce.
Lo stesso accade se il banco è troppo alto o troppo basso, se la luce è mal posizionata, se la sedia non sostiene bene.
La lettura non è mai solo una questione di occhi e cervello: è sempre un’esperienza integrata. La prossemica, cioè la relazione tra corpo, spazio e oggetti, è parte della lettura tanto quanto la decodifica delle lettere.
Le conseguenze nascoste
Una posizione contratta può segnalare tensione, insicurezza, disabitudine a stare in una postura prolungata.
Ma può anche essere la causa stessa di una fatica di lettura: spalle tese, respiro trattenuto, sguardo sfuggente o troppo concentrato generano un circuito vizioso in cui leggere diventa più difficile… e più spiacevole.
In molti bambini che non amano leggere si osserva proprio questo: il corpo “rifiuta” l’esperienza, si difende, si sottrae.
La lettura non è percepita come un’attività coinvolgente, ma come una costrizione.
Cosa osservare: il linguaggio del corpo
Quando un bambino legge, prova a notare:
Com’è posizionata la schiena?
È sostenuta o curva?
La testa si muove insieme agli occhi o rimane ferma?
Le gambe sono stabili a terra, con i piedi ben appoggiati, o in movimento continuo?
Il respiro è fluido o trattenuto? (ne parleremo diffusamente sulla puntata sulla respirazione nel settimo episodio)
Le mani stringono il libro o lo accompagnano?
Non si tratta di correggere subito, ma di osservare con attenzione e curiosità.
Ogni segnale è un’informazione preziosa sul modo in cui quel bambino sta “vivendo” la lettura.
Attivare il corpo per attivare la lettura
Spesso si pensa che, per leggere bene, basti esercitarsi sulla tecnica.
Ma se il corpo non è pronto, disposto e “a posto”, la mente non riesce a collaborare.
Leggere è un atto profondo di presenza.
E la presenza è un fatto posturale, respiratorio, relazionale.
L’episodio 7 – “Il respiro della lettura” – introdurrà l'argomento di quanto la respirazione sia legata alla lettura fluida.
Qui aggiungiamo: il corpo intero sostiene la mente che legge.
E se lo prepariamo bene, leggere diventa più facile e piacevole.
Attività pratiche - preparare il corpo alla lettura
La posizione consapevole
Invita il bambino a sedersi in modo stabile: piedi a terra, schiena appoggiata, testa allineata.
Fagli tenere per un minuto questa posizione, respirando lentamente.
Poi iniziate a leggere.
Obiettivo: Favorisce la regolazione posturale e la concentrazione.
Il libro che segue il corpo
Prova a cambiare posizione insieme al bambino: seduti per terra, distesi, a pancia in giù, sul divano.
Chiedigli: “In quale posizione ti piace leggere di più?”.
Obiettivo: Aiuta a trovare una relazione personale, affettiva e funzionale con la lettura.
Il respiro che accompagna
Prima di leggere, fai 3 respiri profondi con il bambino.
Poi, mentre legge, invitalo a inspirare tra una frase e l’altra.
Obiettivo: Aiuta a regolare il ritmo, a mantenere l’attenzione e a rendere l’esperienza più rilassata.
Quando qualcosa non va - segnali di attenzione
Se il bambino: si lamenta di mal di testa o mal di collo dopo aver letto, evita la lettura o dice che è faticosa, si muove troppo durante la lettura, stringe le spalle o serra la mandibola, non pensare subito a un disturbo specifico.
Potrebbe essere solo un problema di postura, spazio, luce, abitudine.
Prima di cercare soluzioni complesse, osserva e modifica l’ambiente o aiuta il bambino a pensare al proprio corpo, ad esempio con un breve esercizio di respirazione.
Riflessione finale - educare il corpo, educare alla lettura
La lettura è un gesto corporeo, emotivo, mentale.
Non possiamo pretendere attenzione e comprensione da un bambino che si sente scomodo, contratto, costretto.
Maria Montessori ricordava come: “L’educazione non è qualcosa che il maestro fa, ma un processo naturale che si sviluppa spontaneamente nel bambino.”
Educare i bambini a leggere significa anche offrirgli uno spazio adatto, una posizione che li accolga, un tempo senza fretta, far loro notare che hanno un corpo che può rilassarsi e collaborare al loro servizio.
Se vuoi approfondire il modo in cui corpo, spazio e postura influenzano l’apprendimento, su www.dislessiako.it trovi materiali gratuiti da scaricare e il programma completo Leggiochiamo. E se desideri un supporto personalizzato per il tuo bambino, puoi prenotare un incontro in studio o online.
Ti aspetto.
Potrai ascoltare la puntata qui o sulla tua app di ascolto preferita (Podbean, Spotify, Apple Music, Youtube, Amazon Musica Audible), cercare "Pedagogia Flessibile" sulla tua piattaforma di ascolto oppure leggere l'articolo per ritrovare idee, strumenti e riflessioni da mettere subito in pratica.