In questa puntata di Pedagogia Flessibile consideriamo insieme il momento del riposo.
Dormire è una transizione che accade ogni sera, in ogni casa, in ogni cultura del mondo. Ogni bambino del passato e del futuro ogni giorno affronterà questo passaggio, come anche ogni adulto.
La quotidianità non mette al riparo da ansie e preoccupazioni, e per i bambini il momento dell’addormentamento può essere un terno al lotto.
A volte è il bambino stesso a dire che vuole andare a dormire, si sistema per la notte e si addormenta.
A volte invece, proprio nel momento in cui dovrebbe lasciarsi andare, ricomincia: un bicchiere d'acqua, la mano, chiede di nuovo cosa si farà domani. Poi sente un rumore, chiede un altro bacio, si rigira nel letto,
Per l’adulto può essere molto faticoso. Perché la sera, spesso, arriva quando anche noi abbiamo finito le risorse: vorremmo chiudere, sistemare le ultime cose, recuperare un po’ di silenzio, oppure semplicemente dormire.
Tutto questo fa parte del rituale di addormentamento, che è una componente della preparazione al sonno. Al di là delle richieste ripetute e dell’allungamento del tempo del saluto, ciò che ci interessa davvero è il fatto che bambino stia attraversando una soglia.
E’ in un momento di transizione.
Sta passando dalla luce al buio, dalla presenza dell’adulto alla separazione, dal controllo della veglia all’abbandono del sonno. E questa transizione, per un bambino, è tutt’altro che semplice.
In questa puntata di Pedagogia Flessibile parlerò proprio di questo: del sonno come passaggio educativo, della fatica di lasciarsi andare, del bisogno e dell’opportunità di dare forma ai pensieri prima di dormire, e di come una fiaba costruita in un certo modo possa aiutare il bambino a custodire ciò che ha vissuto durante il giorno, senza sentirsi invaso, sopraffatto, svuotato o impaurito.
Lo farò parlando de Il Ladro di Sonno, una fiaba della collana Fiabe per Crescere®, nata per accompagnare bambini e bambine nel momento del riposo, favorendo ascolto interiore, calma, immaginazione trasformativa e autoregolazione: una fiaba per educare il passaggio verso il sonno.
Prima di parlare della fiaba, parliamo del sonno
Il sonno viene spesso considerato un fatto naturale. E sicuramente lo è: il corpo ha bisogno di dormire, il cervello ha bisogno di lavorare a briglia sciolta per un po', il sistema nervoso ha bisogno di alternare attivazione e recupero.
Addormentarsi, però, non è soltanto un fatto biologico: è anche una competenza, perché per dormire non basta essere stanchi. Serve che il corpo sia abbastanza pronto, che il sistema nervoso abbia iniziato a ridurre l’attivazione, che l’ambiente mandi segnali coerenti, che l’adulto non trasmetta fretta o tensione, e che il bambino senta di potersi separare dal giorno senza perdere qualcosa.
Ma un bambino piccolo vive molto nel presente, e ciò che accade è intenso, immediato, corporeo. Una parola che suona strana, un gioco interrotto, un rumore improvviso, una separazione, una frustrazione, una grande emozione, un ricordo tornato alla mente in un istante: tutto può lasciare tracce che durante il giorno restano mescolate al movimento, al gioco, alla relazione, alle richieste dell’ambiente.
Poi arriva la sera, quando gli stimoli diminuiscono e la presenza adulta si allontana. C'è tempo per sé, per i propri pensieri, e quello che durante il giorno era rimasto confuso può riaffiorare.
Per questo alcuni bambini sembrano più inquieti proprio quando dovrebbero calmarsi. Nel momento in cui il mondo esterno diminuisce di intensità il mondo interno si fa più evidente, e per abitare serenamente il proprio mondo interiore servono strumenti appropriati che a volte sono ancora immaturi.
Addormentarsi significa anche separarsi dal gioco, dalla voce dell’adulto, dalla possibilità di controllare l'ambiente e di far parte delle attività di famiglia.
Le domande che possono venire alla mente sono molte, e ci si interroga sulla affidabilità dell'adulto anche se esce dalla stanza, su dove vanno a finire tutte le cose quando si fa buio, su chi popola la notte, sulla sicurezza di ritrovare all'indomani ciò che si sta lasciando.
Sono domande che non vengono formulate con le parole, ma spesso si esprimono attraverso il corpo che non trova pace e le richieste che non sembrano mai soddisfatte.
Ed è qui che molti conflitti serali nascono da un equivoco, perché l’adulto vuole chiudere la giornata, mentre il bambino ha bisogno di concluderla. Chiudere significa spegnere, interrompere, far finire, mentre concludere significa dare una forma, accompagnare, permettere una transizione. Il Ladro di Sonno lavora esattamente su questo
Che cosa accade nel bambino quando arriva la sera
Quando un bambino fatica ad addormentarsi, possiamo osservare diversi livelli.
Il primo è corporeo. Il tono muscolare può essere ancora alto, il respiro ancora corto, la motricità ancora attivata. Il bambino si muove, cambia posizione, scalcia, si alza, cerca il contatto, sembra non trovare una postura stabile.
Il secondo livello è emotivo. La giornata può aver lasciato una traccia di eccitazione, preoccupazione, frustrazione o desiderio. Anche gli eventi piacevoli possono attivare molto. Una festa, un gioco intenso, un pomeriggio speciale, una promessa per il giorno dopo: tutto questo può rendere più difficile il passaggio verso il sonno.
Il terzo livello è relazionale. Addormentarsi significa accettare che l’adulto non sia più immediatamente disponibile allo sguardo, alla voce, al contatto. Per alcuni bambini questo è un passaggio tranquillo. Per altri richiede una presenza più stabile e una progressiva costruzione di fiducia.
Il quarto livello è immaginativo. La sera il bambino entra in una zona in cui immagini, ricordi, sensazioni e pensieri iniziano a mescolarsi. Questa zona può essere piacevole e ricca, oppure diventare confusa e un po’ inquietante.
Alcuni bambini hanno una fantasia molto attiva, ma non ancora organizzata. Inventano storie, collegano dettagli, trasformano un rumore in una presenza, una frase ascoltata durante il giorno in una domanda serale, un’immagine vista di sfuggita in un pensiero che torna proprio quando la stanza diventa silenziosa.
La fantasia galoppa per conto suo, ma per imparare a immaginare consapevolmente bisogna allenarsi: questo tipo di immaginazione va educata.
Ecco perché una buona fiaba non si limita a raccontare qualcosa, ma organizza un’esperienza. Predispone una sequenza, suggerisce immagini, propone un ritmo, una voce, racconta un modo possibile per attraversare qualcosa che altrimenti resterebbe senza forma.
Le fasi ipnagogica e ipnopompica: un approfondimento
Nel passaggio tra veglia e sonno esiste una fase molto particolare, che in neurofisiologia viene chiamata fase ipnagogica. È quel momento in cui non siamo più pienamente svegli ma non stiamo ancora dormendo profondamente.
Nei manuali del sonno questa soglia viene collegata alle prime fasi dell’addormentamento, in particolare alla fase N1. È una fase leggera, instabile, facilmente reversibile, in cui l’attività mentale assume caratteristiche diverse da quelle della veglia ordinaria. Le immagini possono presentarsi in modo rapido, simbolico, talvolta frammentario. Il controllo volontario diminuisce e il materiale interno emerge con maggiore libertà.
Questo stato di confine è stato osservato e utilizzato anche da artisti e inventori. Un aneddoto su Salvador Dalí racconta che si lasciava scivolare verso il sonno tenendo una chiave in mano: quando la chiave cadeva, il rumore lo svegliava e gli permetteva di recuperare le immagini nate in quella soglia. Anche Thomas Edison avrebbe usato un sistema simile, pensando al quesito che voleva risolvere tenendo delle piccole sfere tra le dita, proprio per intercettare intuizioni e associazioni nel momento in cui, cadendo su una piastra di metallo, lo avrebbero risvegliato.
Nel lavoro educativo con i bambini ci interessa il principio alla base di questi fenomeni: il passaggio tra veglia e sonno è un momento in cui il pensiero cambia qualità. Diventa più immaginativo, più associativo, meno vincolato alla logica ordinaria.
Per questo, se viene accompagnato con delicatezza, può diventare uno spazio prezioso di rielaborazione. E se si riesce a intercettarlo può costituire un terreno fertile per il cambiamento.
Per quanto suggestiva e in qualche modo ancora misteriosa, la fase ipnagogica è un passaggio fisiologico. Proprio per questo è perfetta per educare. La lettura ipnagogica accompagna un processo naturale e orienta i pensieri spontanei del bambino verso immagini, suggestioni e possibilità più ordinate, più rassicuranti, più funzionali.
Esiste poi un’altra soglia, meno facile da intercettare in modo intenzionale con i bambini piccoli, ma molto interessante anche sul piano educativo: la fase ipnopompica.
È quel momento del mattino in cui non siamo ancora completamente svegli, ma il sogno non è del tutto svanito. I pensieri restano sospesi, le immagini possono essere ancora vive, il corpo sta riemergendo dal riposo e la coscienza ricostruisce gradualmente il contatto con l’ambiente.
Nel bambino questa fase può essere preziosa, ma è più difficile da intercettare.
Alcuni bambini si svegliano di colpo, già proiettati nella richiesta, nel movimento, nella fame, nella ricerca dell’adulto.
Altri possono invece restare ancora qualche istante in sospensione, come se fossero a metà tra due mondi.
Educare il sonno significa anche educare il risveglio: è molto utile non strappare subito il bambino dal sogno, ma concedergli qualche secondo per rientrare nel corpo, nell'ambiente e nella relazione con gli altri.
Il Ladro di Sonno valorizza il comportamento di Nan al mattino, che non apre subito gli occhi ma resta ancora un po’ fra il buio e la luce del nuovo giorno, ascolta i suoni intorno, assapora gli ultimi frammenti del sogno.
Fase ipnagogica e fase ipnopompica sono quindi due soglie: una accompagna l’ingresso nel sonno e permette di assegnare un posto ai pensieri prima di dormire riorganizzando il vissuto, l’altra il ritorno alla veglia ritrovare qualcosa di sé prima di essere subito assorbito dal fare, organizzando e progettando il futuro.
L’esempio del Ladro di Sonno
Il Ladro di Sonno racconta la storia di Nan, che ha un modo particolare di rapportarsi ai propri sogni, soprattutto a quelli che fa nel dormiveglia.
Nan infatti non assiste passivamente ai sogni e ai pensieri che si affacciano alla mente, ma li ascolta, li osserva, li modifica, li aggiusta se non corrispondono a quello che si aspetta.
Poi compie un gesto molto semplice e molto potente con pollice e indice e ripone mentalmente il sogno per custodirlo con cura, in una collezione interiore preziosa.
E nella storia, dove c’è un tesoro c’è un malintenzionato pronto a impossessarsene.
Ma il cassetto dei sogni non si apre a chiunque, e non contiene oggetti: Nan non accumula tesori ma accumula competenze, e queste fanno parte di un patrimonio che nessuno può rubare.
Il cassetto dei sogni come strumento di regolazione
Il Ladro di Sonno mette in moto diversi meccanismi pedagogici, psicomotori e neuroscientifici, e una maggiore conoscenza può aiutarci a utilizzare al meglio la storia per supportare la crescita.
Il primo meccanismo: dare forma al mondo interno
I bambini non nascono già capaci di riconoscere e ordinare ciò che accade dentro di loro.
Mentre un adulto può essere consapevole del fatto che può sentirsi nervoso perché è successo qualcosa sul lavoro; un bambino spesso non ha ancora parole sufficienti, non ha ancora una memoria autobiografica ben organizzata, le sue funzioni esecutive non sono abbastanza mature, non sa ancora creare una distanza emotiva dall’esperienza.
Sente qualcosa fisicamente, avverte un disagio che fa trasparire in richiesta, agitazione, bisogno, opposizione o paura. Ma subisce la situazione, non la padroneggia.
Il cassetto dei sogni serve proprio a dare una forma esterna, immaginabile e concreta a un processo interno ancora complesso.
Il bambino non ha bisogno di capire razionalmente cosa significa “rielaborare il vissuto”: può bastargli immaginare che i pensieri possano essere raccolti e riposti in un cassetto. In questo modo hanno avuto considerazione, ma possono smettere di occupare tutto lo spazio mentale e restare al proprio posto.
Un bambino non cresce soltanto vivendo esperienze. Cresce quando quelle esperienze trovano una forma, vengono collegate, raccontate, custodite. Il cassetto di Nan è anche questo: una piccola memoria autobiografica in costruzione.
L'esperienza diffusa attraverso la narrazione educativa può trasformarsi in qualcosa di osservabile e più facilmente gestibile.
Il secondo meccanismo: il gesto come ancora psicomotoria
Nella fiaba Nan chiude pollice e indice e crea un lucchetto magico, utilizzando il corpo come tramite fra pensiero e azione.
Il bambino, soprattutto fino agli otto-nove anni, ha ancora bisogno che il pensiero passi attraverso il gesto. Le competenze emotive non si costruiscono solo parlando di emozioni, ma si costruiscono attraverso il corpo, il movimento, la voce, il ritmo, il respiro, il contatto, la postura.
Nell'unire pollice e indice il bambino produce un gesto intenzionale, a livello propriocettivo modula una pressione, dà corpo a un'immagina, associa al gesto un'esperienza di sicurezza.
Il contributo della psicomotricità funzionale permette di utilizzare il corpo non come semplice esecutore di un comando mentale, ma come protagonista attivo del processo di costruzione della regolazione.
E' un'attività simbolica che non si riduce al "fare finta", ma che contribuisce a creare una traccia corporea che rassicura il bambino e scarica il peso del ricordo o del pensiero. Gli comunica che a quel pensiero è stato assegnato un posto fuori da lui, esiste ancora ma può lasciarlo da parte per un po', alleggerire il carico, ritrovarlo quando servirà.
Se il gesto viene ripetuto nei momenti di calma, contenuta da una relazione sicura e una narrazione piacevole, può diventare un appoggio, una piccola ancora capace di comunicare al sistema nervoso che se è una risorsa, la si potrà ritrovare; se è qualcosa di difficile, la si potrà affrontare quando si avranno più strumenti.
E non c’è bisogno di spiegare tutto questo al bambino, anzi è meglio non farlo: può viverlo attraverso il corpo.
Il terzo meccanismo: trasformare il sonno da perdita a custodia
Per molti bambini dormire significa perdere. Ci si allontana dai giochi, da ciò che diverte e svaga. Si perde la presenza rassicurante dell'adulto, non importa quanto sia vicino. Ci si allontana dall'ambiente che lo circonda che sarà sostituito da qualcosa che ancora non si sa quale forma assumerà. Si perde la possibilità di partecipare alla vita che continua nell'altra stanza.
A volte si ha paura che ciò che si è vissuto durante il giorno scompaia.
Il Ladro di Sonno sposta radicalmente il significato del dormire, trasformando la perdita nell'opportunità di custodire.
Il giorno non viene cancellato, non scompare, ma viene riposto.
I pensieri non vengono mandati via, ma vengono messi al sicuro.
I sogni non sono immagini confuse che arrivano senza controllo: possono essere ascoltati, arricchiti, trasformati.
E' una pedagogia molto concreta che aiuta il bambino a costruire continuità tra giorno e notte, tra esperienza esterna e mondo interno, tra relazione e autonomia.
Il quarto meccanismo: l’immaginazione trasformativa
Nan non si limita a ricordare i sogni e i ricordi, ma ha imparato che può modificarli. Ha la possibilità di intervenire sulle immagini interne, rielaborando un brutto sogno, un pensiero spiacevole, un’immagine che disturba, una scena della giornata che continua a tornare.
Senza strumenti quella immagine resta così com’è e spaventare, riattivare emozioni.
La fiaba suggerisce invece un’altra possibilità: le immagini si possono lavorare aggiungendo dettagli, cambiando il finale, separando elementi troppo complessi, conservando ciò che potrà tornare utile in futuro.
E' immaginazione trasformativa, una funzione profonda della mente che consente di agire sulla propria esperienza interna ponendo basi solide a regolazione emotiva, creatività, resilienza e capacità di affrontare le difficoltà.
Non possiamo quasi mai cambiare ciò che è accaduto, ma possiamo, cambiare il modo in cui lo rappresentiamo dentro di noi.
Questo non cambia magicamente i fatti, ma cambia la posizione interna del bambino rispetto ai fatti.
Crescere non significa vivere soltanto esperienze belle, ma significa imparare a trasformare ciò che accade in materiale di comprensione, sicurezza, orientamento e sviluppo.
Le tecniche immaginative, quando sono usate con competenza educativa, servono proprio a questo: non a scappare dalla realtà, ma a costruire un modo più saldo, più creativo e più fiducioso di abitarla.
Il quinto meccanismo: riconoscere i ladri di sonno contemporanei
Il ladro della fiaba cerca di rubare il tesoro di Nan, ma fallisce. Pensieri e ricordi sono un tesoro personale inespugnabile.
Ogni epoca ha i suoi ladri di sonno. Oggi spesso non entrano dalla finestra: arrivano attraverso la luce degli schermi, la fretta, le notifiche, le giornate troppo piene, l’assenza di pause consapevoli, l’abitudine a non lasciare mai uno spazio vuoto.
Pu essere interessante chiederci quanto spazio lasciamo nella giornata dei bambini per la rielaborazione.
Un bambino riceve moltissimo dall’esterno: immagini, richieste, parole, attività, stimoli, oggetti, passaggi, regole, suoni. Ma per trasformare tutto questo in esperienza ha bisogno di tempo interno.
Il Ladro di Sonno comunica al bambino il valore dei suoi pensieri, dei suoi sogni, dei desideri, dell'immaginazione e della sua abilità di osservarli, trasformarli, ritrovarli o lasciarli andare.
E' una direzione educativa precisa, orientata a far sì che ogni bambino sappia che il suo mondo interno è degno di attenzione.
Un bambino consapevole del valore dei propri pensieri sarà più facilmente un bambino capace di ascoltarsi, di riconoscere ciò che prova, di riconoscere e valorizzare le proprie intuizioni, di sostare anche nel silenzio senza sentirlo subito come un vuoto.
Routine, rituale e attività
Come tutte le Fiabe per Crescere®, anche Il Ladro di Sonno può essere letto in due modalità.
La versione integrale è pensata come lettura ipnagogica, quindi più lenta, più immersiva, più adatta al momento del riposo o a un passaggio serale in cui il bambino ha bisogno di essere accompagnato con gradualità.
È la lettura che lavora maggiormente sul ritmo, sull’immagine, sulla voce, sulla disattivazione del sistema nervoso e sull’elaborazione interna.
La versione in grassetto è invece più breve, più semplice, più immediata. Può essere usata quando il bambino è più piccolo, quando ha una soglia attentiva ridotta, quando si vuole riprendere la storia in modo più giocoso, oppure quando si desidera rievocare rapidamente il gesto del cassetto e del lucchetto.
Entrambe le modalità sono utili, l’importante è capire che non stiamo leggendo per finire la storia ma per costruire una competenza.
Quindi si può ascoltare, si può intervenire, si possono tenere gli occhi chiusi o aperti, ci si può soffermare su un unico passaggio.
La ripetizione lavorerà su tutto il resto.
Una fiaba ben costruita lavora già durante la lettura, ma può diventare ancora più efficace se viene inserita dentro una routine coerente e riconoscibile che sostenga la consapevolezza che il momento della sera ha una forma abbastanza stabile e che permetta al sistema nervoso di prevedere ciò che accadrà.
Qui è utile distinguere routine e rituale.
La routine organizza la sequenza: lavarsi i denti, mettere il pigiama, preparare il letto sono routine.
Il rituale dà significato alla sequenza: scegliere un pensiero, metterlo nel cassetto e chiuderlo con il lucchetto è un rituale educativo.
Si può utilizzare la sequenza prevista nel Ladro di Sonno per potenziare l’effetto dei contenuti della fiaba, ma si possono anche seguire vie diverse, ad esempio attraverso attività pensate per consolidare le competenze che la storia mette in moto.
Per questa storia le aree di lavoro principali sono quattro.
La prima è l’ascolto interiore. Il bambino può essere accompagnato a riconoscere piccoli segnali che il corpo invia e che può imparare a riconoscere e a gestire.
La seconda è la rappresentazione simbolica. Il cassetto dei sogni, il lucchetto, e tanti altri elementi della fiaba diventano strumenti per dare forma a ciò che altrimenti sarebbe troppo astratto.
La terza è la continuità tra giorno e notte. Il bambino impara che ciò che vive durante il giorno può essere riposto al sicuro e rimanere come risorsa.
La quarta è l’autonomia emotiva. Attraverso il gesto del lucchetto e la scelta del pensiero da custodire, il bambino sperimenta una piccola possibilità di regolazione personale.
È così che si costruisce l’autoregolazione: non chiedendo al bambino di calmarsi da solo quando è già troppo attivato, ma dandogli strumenti nei momenti in cui può impararli.
Quando il sonno difficile va guardato con maggiore attenzione
Naturalmente una fiaba non risolve tutto, e in caso di risvegli molto frequenti, incubi ricorrenti, paure o ansia, regressioni improvvise o cambiamenti importanti nelle abitudini del sonno è utile approfondire con le figure competenti.
La pedagogia flessibile sa che non tutto può essere risolto con una buona routine o con una buona storia.
In pedagogia clinica ad esempio il valore di uno strumento non si misura soltanto quando il problema è già esploso. Si misura anche nella sua capacità di prevenire accumuli, irrigidimenti, paure ricorrenti, abitudini poco funzionali. Una fiaba letta con continuità può diventare una piccola pratica preventiva: non sostituisce un intervento quando serve, ma costruisce terreno buono prima che la fatica si strutturi.
Però, nella quotidianità di molte famiglie, la fatica serale è il segnale di un passaggio che ha bisogno di essere organizzato meglio, e a questo riguardo si può fare molto.
Perché questa fiaba parla anche agli adulti
Molti adulti arrivano alla sera senza sapere come collocare alcune esperienze vissute durante il giorno, o non si prendono il tempo per sistemarle prima di dormire.
Abbiamo pensieri aperti, messaggi a cui rispondere, preoccupazioni, immagini, parole rimaste sospese, decisioni da prendere, cose da ricordare. Il corpo è stanco, ma la mente continua a ragionare o a subire i pensieri.
E allora il sonno si allontana, o dormendo continuiamo a elaborare in modo disordinato i ricordi.
La domanda di Nan, in fondo, riguarda tutti: cosa scelgo di custodire? Cosa posso lasciare riposare? Cosa non devo risolvere adesso? Quale pensiero merita un posto e quale può aspettare domani?
Un adulto che impara a chiudere meglio la giornata accompagna meglio anche il bambino, perché la buonanotte dipende in minima parte dalle parole che diciamo, ma soprattutto dal modo in cui siamo presenti.
Il bambino avverte l'urgenza di essere messo a letto nella voce e nei gesti del genitore. La sicurezza passa attraverso le rassicurazioni verbali ma soprattutto dai gesti, dalla velocità del passo che esce dalla stanza, dalla serenità che trasmettiamo.
Siamo arrivati alla conclusione, e realizzare quanto riservare un tempo ripensando la giornata possa concedere margine di rielaborazione, trasformando il sonno in uno spazio vivibile e utilizzabile come la veglia.
Forse è questo l’insegnamento più bello de Il Ladro di Sonno: non si riposa davvero quando ci si arrende alla stanchezza, ma quando qualcosa dentro di noi sente di poter essere al sicuro.
Le Fiabe per Crescere® sono disponibili su Amazon.
Puoi ascoltare questa puntata sul podcast Pedagogia Flessibile, sulle principali piattaforme di streaming.
Ti aspetto alla prossima puntata di Pedagogia Flessibile.