Sono fasi della crescita che passano quasi inosservate, che non fanno rumore come i primi passi, non vengono festeggiate come le prime parole e non finiscono nelle fotografie di famiglia, eppure sono passaggi importantissimi.
Sono quei momenti in cui un bambino inizia lentamente a separarsi da qualcosa che fino a poco tempo prima gli sembrava indispensabile.
Può essere un ciuccio, una copertina, un pupazzo, una mano da stringere. Una storia da ascoltare sempre nello stesso modo.
È un processo fisiologico che normalmente avviene spontaneamente quando ci si sente sufficientemente al sicuro.
Molti genitori conoscono bene questa situazione: un bambino che cerca il suo pupazzo appena è stanco. Che vuole sempre la stessa storia raccontata nello stesso ordine, con le stesse parole.
Un bambino che sembra tranquillo fino a quando qualcosa modifica una routine che conosce bene e allora serve subito un oggetto che lo riporti in uno stato di tranquillità.
A volte però succede qualcosa di imprevisto.
Quell’oggetto per qualche motivo non è disponibile, lo si dimentica. Oppure è stato semplicemente lavato.
E allora arriva la protesta, arriva il pianto, una rabbia senza consolazione. Qualcosa è cambiato e il bambino ha bisogno di una sicurezza che improvvisamente non trova più.
Risolta la situazione, l’adulto si trova davanti a una domanda difficile, perché la reazione sembra sproporzionata e allora ci si chiede se sia giusto assecondare il bambino, se sia meglio insistere, se si debba aspettare.
Si sta davvero aiutando il proprio figlio oppure si sta alimentando una dipendenza?
Cioè, si tratta di una richiesta reale oppure ciò che manca è soltanto il sostituto di qualcos’altro?
In questa puntata di Pedagogia Flessibile vorrei provare a rispondere proprio a queste domande, e lo farò grazie al Filastrello, una delle Fiabe per Crescere®.
Il Filastrello è una storia che parla di attaccamenti, di sicurezza, di autonomia e soprattutto di quel delicato equilibrio tra il bisogno di essere accompagnati e la possibilità di camminare con le proprie gambe.
Per farlo dobbiamo prima comprendere qualcosa di molto importante:
Perché i bambini si legano così tanto ad alcuni oggetti?
Perché proprio quella copertina sembra insostituibile?
Perché quel pupazzo deve essere proprio quello e non un altro?
Perché il ciuccio a volte sembra avere un potere enorme di pacificare ogni situazione? (in inglese viene chiamato proprio così: pacifier, pacificatore).
La risposta è molto più profonda di quanto non sembri, e possiamo andare con il pensiero agli anni Cinquanta, quando Donald Winnicott descrisse quello che oggi chiamiamo oggetto transizionale.
È un termine che racconta qualcosa di estremamente semplice: la transizione tra un comportamento legato a un oggetto che dà sicurezza e la costruzione di una sicurezza che nasce dall’interno.
Crescere significa attraversare continuamente piccoli distacchi.
All’inizio il bambino è immerso nella relazione con chi si prende cura di lui, poi scopre che le persone possono allontanarsi.
La mamma esce dalla stanza, il papà va al lavoro, l’educatrice saluta e poi ritorna, il sonno arriva e per qualche ora bisogna lasciare il mondo della veglia...
Ogni crescita è fatta di separazioni. A volte intense, altre leggere, a volte rapide o lunghissime.
Ogni separazione richiede una nuova competenza, e gli oggetti transizionali nascono proprio qui: sono piccoli ponti che aiutano il bambino ad attraversare ciò che ancora non riesce ad affrontare completamente da solo.
Per un adulto una copertina è soltanto una copertina, ma per un bambino molto piccolo può essere qualcosa di molto diverso, perché la sua funzione è occupare uno spazio intermedio tra il bambino e il mondo, tra il sé e il non-sé, tra la presenza dell'adulto e la capacità ancora in formazione di tollerarne l'assenza.
Winnicott la chiamò area transitoria dell'esperienza, che non appartiene al bambino ma nemmeno appartiene all'adulto. Sono oggetti che aiutano le fasi di passaggio, ma il passaggio nel periodo infantile è ovunque: dal giorno alla notte, dal braccio della mamma al lettino, dalla presenza al nido all'uscita della mamma che si alza e va, dall'eccitazione del pomeriggio alla quiete richiesta dalla sera.
Questi passaggi hanno bisogno di ponti, che nei primi anni di vita prendono vita come stoffa morbida, come ripetizione di un gesto di suzione con il ciuccio, come rituali ripetuti sempre allo stesso modo.
Una copertina può contenere il ricordo di decine e decine di addormentamenti, conservare l’odore della casa, della mamma, della sicurezza. Può essere stata presente durante una febbre, una paura o un momento difficile, o può rappresentare una sensazione di sicurezza che il bambino ancora non riesce a produrre autonomamente.
Per questo l’attaccamento difficilmente riguarda l’oggetto, ma piuttosto riguarda ciò che quell’oggetto rappresenta.
Ecco perché allora può nascere un equivoco: l’adulto vede un ciuccio, ma quell'oggetto per il bambino è la fonte della sua sicurezza.
L’adulto vede un pupazzo, mentre il bambino ritrova continuità.
Il genitore vede una copertina mentre il bambino sta cercando una sensazione conosciuta che gli permetta di affrontare serenamente qualcosa di nuovo con il tatto l'olfatto, la vista, la memoria.
Se comprendiamo questo, molte difficoltà educative cambiano completamente significato
Il problema non è quasi mai l'oggetto in sé, ma la funzione che sta svolgendo.
La neurobiologia oggi ci aiuta a comprendere meglio ciò che Winnicott aveva intuito osservando i bambini: la sicurezza non è un concetto astratto, ma è qualcosa che coinvolge profondamente il corpo, ad esempio con consistenze, odori, suoni, ripetizione di gesti o di situazioni.
Tutti questi fattori aiutano il sistema nervoso a riconoscere una situazione prevedibile, e quando qualcosa è prevedibile possiamo rilassarci.
Possiamo abbassare il livello di allerta e smettere di prepararci a possibili pericoli.
Ecco perché molti bambini cercano sempre le stesse routine prima di addormentarsi: il loro cervello sta costruendo sicurezza, e nei piccoli rituali la sicurezza si costruisce con grande solidità.
Il Filastrello nasce per affrontare il momento in cui questi sostegni smettono di essere ponti e iniziano a diventare confini.
Finora abbiamo descritto processi fisiologici, magari con qualche criticità, ma assolutamente normali e naturali.
All’inizio questi fili che legano il bambino all’oggetto sono come fili invisibili che lo collegano alle cose che ama, alle abitudini che lo rassicurano, alle persone che gli fanno sentire che il mondo è un posto affidabile.
Non c’è nulla di sbagliato in questi fili, anzi: ogni bambino cresce proprio grazie a migliaia di fili invisibili.
Sono i fili della relazione, dell’attaccamento, della fiducia.
Sono quelli che permettono di lasciare la mano di un adulto per fare qualche passo da soli sapendo che, quando necessario, qualcuno sarà ancora lì.
Poi però, a volte, questi fili che normalmente si creano, si sciolgono, scompaiono e si trasformano, iniziano lentamente a diventare indispensabili.
E allora il filo non sostiene più il cambiamento, ma finisce per sostituirlo, e il bambino non cerca più sicurezza dentro la relazione ma la cerca esclusivamente nell’oggetto.
Non si fida più della propria capacità di affrontare quella situazione, ma si fida soprattutto del rituale.
È proprio da questo intreccio che nasce il Filastrello: un piccolo esserino che prende forma da qualcosa che inizialmente aveva una funzione positiva, ma che diventa talmente consistente da acquisire quasi una vita propria.
Il Filastrello nasce dall’eccesso di qualcosa che un tempo era utile.
Si tratta di una differenza importante, perché molto spesso gli adulti cercano una causa nei comportamenti, specialmente quando la crisi di un bambino incontra la nostra stanchezza.
È più facile individuare una spiegazione esterna, così si può pensare che il bambino sia viziato, che la mamma sia troppo permissiva, che il papà sia troppo rigido, che quando va dai nonni fa quello che vuole, che all'asilo impari dai compagni.
Ma la realtà è quasi sempre più complessa, e nella maggior parte dei casi non c'è nessuno sbaglio.
Semplicemente l’equilibrio che si era costruito comincia a vacillare perché non è più adatto alla nuova fase di crescita.
Ecco perché la storia del Filastrello diventa interessante: perché non parla soltanto del bambino, ma dell’intero sistema.
Quando un filo diventa molto importante, spesso tutta la famiglia inizia a organizzarsi intorno a quel filo.
Succede lentamente, talmente lentamente che quasi nessuno se ne accorge.
Pensiamo all’uscita di casa e alla ricerca del ciuccio che deve assolutamente esserci, altrimenti non si apre neppure la porta.
A volte si evitano certi orari o certe esperienze, "se no poi non dorme/mangia/sta sereno".
A volte si esce solo se si hanno con sé determinati oggetti.
Si modificano abitudini e programmi e si cerca di prevenire ogni possibile crisi.
All’inizio sembra una soluzione, e a volte lo è davvero, soprattutto per superare una fase critica.
Altre volte però ci illudiamo di avere il controllo su qualcosa da cui invece ci lasciamo plasmare.
Tutto sommato sembra un compromesso accettabile, e così uno o più fili diventano sempre più centrali, sempre più indispensabili.
Il sistema diventa più fragile e la vita della famiglia finisce per restringersi attorno a quel punto.
Ecco perché il Filastrello non parla di ciucci, pupazzi o copertine.
Il Filastrello parla di autonomia
La fiaba parla della capacità di affrontare il cambiamento, della fiducia nelle proprie risorse.
Ogni bambino si trova prima o poi di fronte a una domanda fondamentale:
Posso stare bene anche se qualcosa cambia?
Posso sentirmi al sicuro anche quando le condizioni non sono perfettamente identiche a quelle che conosco?
Posso affrontare una situazione nuova senza il ciuccio, senza la copertina, senza il pupazzo, senza la mano della mamma?
Queste sono le vere domande della crescita.
Ovviamente non vengono formulate in modo consapevole dal bambino, ma vengono sicuramente vissute. Ecco perché il cuore della fiaba non coincide con l’abbandono dell’oggetto ma con la trasformazione della sicurezza.
All’inizio quest'ultima vive fuori dal bambino: risiede soprattutto nella presenza dei genitori. Poi la si può trovare in un ciuccio, in un pupazzo, nella presenza continua di un adulto o in un rituale.
Poi, lentamente, inizia a spostarsi e trova casa nel corpo, nella memoria, nelle competenze e nella fiducia.
C'è un aspetto da considerare con particolare attenzione: il momento in cui si decide che è il momento giusto per togliere l'oggetto.
Nessun problema se la decisione viene presa dal bambino, che solitamente a un certo punto inizia a dimenticarsi, a tralasciare, a non cercare più. Il piccolo lutto legato alla perdita viene elaborato in un processo fisiologico e spontaneo che semplicemente prende atto della trasformazione e del venir meno del bisogno esterno.
Quando invece è l'adulto a decidere che è il momento di appendere il ciuccio a un albero o di approfittare di una dimenticanza, è importante verificare che siano presenti le competenze adatte a sostituire l'oggetto tolto: avere fretta raramente porta a un buon risultato.
Se un bambino usa una copertina per calmarsi, la domanda non dovrebbe essere: "come posso togliere la copertina", ma piuttosto "attraverso quali altre strade posso aiutare il bambino a ritrovare la stessa calma?".
Oppure: "quali risorse posso aiutarlo a sviluppare affinché non abbia più bisogno del ciuccio?".
Altrimenti il vissuto di perdita rappresenterà una situazione che andrà elaborata in qualche modo, e il rischio è che il bambino si rassegni, perda fiducia o finga sicurezze che in realtà non ha ancora acquisito.
Il rispetto del momento è un grande cambio di prospettiva, perché sposta l’attenzione dalla rinuncia alla crescita.
E anche il motivo per cui, nel lavoro pedagogico e psicomotorio, il corpo ha un ruolo così importante: la maggior parte delle competenze di autoregolazione nasce prima nel corpo e solo dopo diventa pensiero.
Un bambino impara a calmarsi attraverso esperienze ripetute di calma, si allena ad aspettare attraverso esperienze ripetute di attesa, arriva a tollerare piccole frustrazioni attraversandole insieme a un adulto che lo sostiene senza sostituirsi a lui, ma affiancandolo.
Questo è il processo normale di crescita: prima l’esperienza, poi la competenza e infine la consapevolezza.
Questi sono i motivi per cui il rispetto è uno degli aspetti più importanti di questa storia.
Spesso, quando si parla di autonomia, si usano verbi molto forti: togliere, eliminare, staccare, liberarsi. Sono verbi che assomigliano a quelli di una battaglia, di una lotta.
Questa prospettiva rischia di farci perdere la considerazione di quanto questi oggetti siano stati importanti per il bambino. Il pupazzo, la copertina, il ciuccio svolgono un lavoro importantissimo: accompagnano notti difficili, momenti di solitudine, paura, incertezza, separazioni e malattie.
Sono stati alleati della crescita, quindi serve una trasformazione: ciò che prima era fuori può trovare una nuova forma interiormente.
Ed è probabilmente questa l’idea più importante che il Filastrello vuole raccontare: l’integrazione della sicurezza senza la perdita.
L’oggetto, e soprattutto il significato dell’oggetto, assumono una forma nuova, più leggera, più flessibile e personale, intima. Nei momenti di passaggio, cioè nei momenti in cui il bambino ha bisogno di maggiori sicurezze, è interessante osservare come i fili più spessi, più sensibili, compaiano e spesso si ispessiscano: al momento dell'ingresso al nido o della scuola dell'infanzia, in occasione della nascita di un fratellino o di una sorellina, per un trasferimento o un cambiamento importante. A volte la causa scatenante è oggettiva, reale, osservabile. Ma altre volte è presente con intensità solo nella mente del bambino: ecco perché, quando osserviamo un attaccamento molto forte, vale sempre la pena chiedersi non soltanto a cosa il bambino si sia attaccato, ma anche a quale passaggio stia cercando di trovare una risposta, una via.
Il legame, il filo, non è quasi mai il problema: è un segnale, un modo che il bambino ha trovato per dirci che sta affrontando qualcosa di impegnativo e che ha bisogno di una sicurezza forte che lo accompagni.
Quando riusciamo a vedere questo, cambia completamente anche il nostro modo di assistere questa crescita: non abbiamo più davanti un comportamento da eliminare, da risolvere, da togliere ma una competenza da aiutare a costruire.
Il Filastrello, rispetto ad altre fiabe della collana Fiabe per Crescere®, ha una caratteristica particolare: il riconoscimento dei legami da parte dei bambini è spesso immediato: non serve nessuna spiegazione. I bambini sanno benissimo che cosa rappresenta il Filastrello e che cosa sono i fili che li legano agli oggetti, anche se sicuramente non li chiamano così e non li vedono davvero. Ma sanno perfettamente che esistono, riconoscono quanto può essere forte il legame con un ciuccio, con una copertina, con un pupazzo. E conoscono la sensazione di pace che dà loro tenere vicino qualcosa che li fa sentire bene, il significato della sicurezza, della regolarità, della routine, della ritualità e della stabilità delle cose che restano sempre uguali.
I bambini sanno cosa significa sentirsi al sicuro in un gesto che viene ripetuto mille volte, e in questo non c’è mai noia.
La forza della narrazione è che permette di osservare tutto questo da una distanza protetta.
Non parlo di te, bambino, o delle tue necessità e delle tue compensazioni, ma parlo del Filastrello. Non sto minacciando di toglierti la copertina, il ciuccio o la tua sicurezza, ma sto semplicemente osservando, insieme a te, i fili che esistono. Osserviamo insieme una creatura nata da un intreccio di abitudini, e mentre il bambino ascolta, qualcosa dentro di lui riconosce la somiglianza con ciò che succede nella sua vita.
Ecco che allora la storia diventa uno specchio che non accusa, non interpreta e non corregge. Semplicemente mostra, ed è questa la grande forza delle fiabe.
La spiegazione arriva diretta alla mente, in profondità, perché nello stato di coscienza che si stabilisce durante l'ascolto del racconto la narrazione rallenta, il linguaggio diventa più simbolico.
Le immagini prendono forma più vividamente nel pensiero e le difese si abbassano.
L’immaginazione entra in gioco in un territorio sospeso che precede il sonno oppure accompagna i momenti di maggior rilassamento. Ecco che il bambino allora non si limita a capire o ad ascoltare una storia, ma fa un’esperienza in una condizione di grandissima attenzione e concentrazione. Ciò che viene vissuto allora lascia tracce più profonde di ciò che può essere semplicemente spiegato.
Questo è uno dei motivi per cui molti bambini chiedono di ascoltare la stessa storia molte volte: l’adulto pensa che stiano cercando il racconto o la relazione con chi legge, ma molto spesso i bambini stanno ricercando l’esperienza. Ogni ascolto permette di aggiungere un dettaglio, di fissare un ricordo, una sfumatura, una comprensione nuova.
Dentro il meccanismo che fa funzionare la storia: le competenze attivate
Questa storia mette in moto simultaneamente almeno quattro dinamiche evolutive, e capirle aiuta a usarla meglio.
Il primo meccanismo: la visibilità del sistema
Nel Filastrello avviene qualcosa di raro nella letteratura per l'infanzia: si rende visibile ciò che di solito è invisibile. I fili non si vedono, le abitudini non si notano finché non si prova a cambiarle, il sistema si perpetua esattamente perché nessuno lo guarda da fuori. La fiaba ribalta questa prospettiva e mette tutto in scena: i fili che si moltiplicano e crescono senza riassorbirsi ciclicamente, la casa che si organizza intorno a loro, il Filastrello che prende forma e vita e che ingombra sempre di più.
Questo permette al bambino (e all'adulto) di osservare la dinamica dall'esterno, da una distanza sicura. E ciò che si riesce a guardare, si può anche cominciare a cambiare.
Il secondo meccanismo: l'attaccamento come relazione, non come oggetto
Uno dei contributi più importanti degli studi sull'attaccamento, da Bowlby in poi fino al lavoro sulla base sicura di Ainsworth, è la comprensione di un aspetto paradossale:
la sicurezza è la condizione che rende possibile l'autonomia.
Il bambino che abbia abbastanza sicurezza relazionale non diventerà dipendente: sarà esploratore, saprà di potersi allontanare perché sa che potrà tornare E può permettersi a un certo punto di lasciare andare l'oggetto, quando sentirà dentro di sé quelle stesse sensazioni di calma, connessione e sicurezza.
La fiaba accompagna questa scoperta, senza chiedere ad esempio al bambino di lasciare il ciuccio da qualche parte o di regalarlo ad altri, con il rischio che non sia pronto e che voglia compiacerci o si trovi invischiato in un meccanismo che lo porti a fare ciò che in realtà non farebbe ancora.
La fiaba mostra che ciò che cercava nel ciuccio è anche dentro di lui, e i fili possono quindi trasformarsi fino a trasformarsi in traccia interna, in una plasticità rassicurante perché come si alleggerisce si può ispessire di nuovo al bisogno.
Il terzo meccanismo: il corpo come via d'uscita dall'attaccamento rigido
Nel lavoro clinico uno dei primi aspetti che ci si trova ad affrontare è considerare se, quando si deve togliere un oggetto transizionale, ci sia un percorso alternativo di regolazione. Altrimenti il bambino avrà sicuramente già pronto un altro oggetto, o un comportamento diverso, o un'intensificazione del disagio.
Non si tratta di capricci, ma della persistenza della necessità di calmare il sistema nervoso attraverso input sensoriali prevedibili. L'oggetto svolgeva una funzione precisa che è ancora necessaria: se quella via non c'è più bisognerà trovarne un'altra.
Per questo le attività collegate alla fiaba lavorano sul corpo prima che sulla mente, per costruire nuovi percorsi di regolazione sensoriale, trovare gesti e sensazioni che possano diventare àncora e ampliare il repertorio del bambino prima di restringere l'accesso all'oggetto.
Il quarto meccanismo: il rispetto come metodo
Il messaggio più profondo del Filastrello, che lo distingue da qualunque approccio direttivo al "togliere il ciuccio", è il rispetto.
Non il rispetto come buona educazione, ma come metodo clinico-pedagogico: ciò che ha aiutato merita rispetto.
L'oggetto transizionale ha fatto il suo lavoro, e bene. La copertina ha accompagnato notti, febbri, separazioni, stanchezze. Il ciuccio ha regolato momenti che senza di lui sarebbero stati molto più difficili. Non lo si può semplicemente togliere o dimenticare: sarebbe meglio accompagnare verso una trasformazione.
La fiaba modella questa scelta, e chi legge la fiaba (genitori, insegnanti, educatori) ha la possibilità di stare accanto al bambino nei cambiamenti. Senza forzare e senza cedere, ma con la fermezza calma di chi sa aspettare il momento giusto.